Nelle storie che noi stessi raccontiamo sugli esseri umani, la nostra unicità è un ritornello abituale. Secondo alcuni, tale unicità consiste nella capacità di creare cultura e di proteggerci così dalla natura, «rossa di zanne e di artigli». Altri sottolineano il fatto che siamo le uniche creature in grado di capire la differenza tra il bene e il male, e di conseguenza siamo le uniche creature davvero in grado di essere buone o cattive. Alcuni affermano che siamo unici perché abbiamo la ragione: siamo animali razionali, i soli in un mondo di bestie irrazionali. Altri ritengono che sia l’uso del linguaggio a distinguerci nettamente dagli animali, privi della parola. C’è chi sostiene che siamo unici perché siamo i soli dotati di libero arbitrio e di libertà d’azione. Altri credono che l’unicità umana si basi sul fatto che siamo i soli capaci di amare. Alcuni dicono che soltanto noi sappiamo comprendere la natura e l’essenza della vera felicità. Altri, infine, ritengono che siamo unici perché siamo i soli consapevoli del fatto che moriremo.
Io non accredito nessuna di queste tesi come la testimonianza di un profondo abisso tra noi e le altre creature. Loro fanno alcune cose che noi pensiamo non siano in grado di fare. E noi non siamo in grado di fare alcune cose che pensiamo di poter fare.
La nostra unicità sta invece, e semplicemente, nel fatto che noi ci raccontiamo tali storie e, soprattutto, possiamo davvero indurre noi stessi a crederci. Se volessi definire gli esseri umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono animali creduloni.